Skin – La pelle degli alberi

16 febbraio, 2007

Dal 28 gennaio al 3 marzo – su alla stazione di Superga a Torino – al Centro Visite del Parco Naturale della Collina Torinese – c’è una straordinaria galleria di foto sulla pelle degli alberi con infinite varietà di toni, sfumature, colori, segni, rughe. Ma c’è qualcosa nella ruvida asperità della superficie degli alberi, nella corteccia, che è soltanto loro; a guardarla da vicino diventa una pura astrazione grafica, una stilizzazione di linee e forme. Alcuni portano incise strane carte geografiche con mari e continenti non nostri, topografie di terre immaginarie verso cui è improbabile tracciare rotte e percorsi. Altri hanno colori delicatissimi che declinano ogni tonalità pastello. Altri ancora testimoniano la sofferenza che il tempo incide sulla materia.

Una cosa però è certa: gli alberi sono migliori di noi. Infatti, a tutt’oggi, non si conoscono alberi imbecilli, alberi dittatori e – men che mai – alberi conduttori di talk-show. Sono silenziosi, gentili, ospitali. Accolgono allo stesso modo e con cortese premura creature che volano, creature che strisciano e altre che si arrampicano. A tutti offrono rifugio, cibo e domicilio. Sono esposti al sole e al gelo, alla calura e al vento; per questo ognuno di loro ha una pelle unica, simile – è vero – a quella dei suoi confratelli di specie, ma soltanto sua perché racconta la propria individuale storia di inverni e primavere.

Solitamente a noi gli alberi piacciono da lontano, con i rami carichi di foglie e, magari, punteggiati dai frutti; ci piacciono gli alberi nei paesaggi, quando sono tanti e folti. Un po’ come ci piacciono le grandi scene di massa nei film storici. Raramente andiamo a guardarli così da vicino da sentire l’odore della corteccia e vedere i reticoli di minuscole righe, i nodi, gli squarci, le ferite.

Guardiamo gli alberi come guardiamo i nostri simili: da lontano e stando attenti a non sporcarsi, a non interagire. Eppure in altri momenti e in altre culture gli alberi sono fondamentali. Per gli ebrei , ad esempio, sono tre le cose fondamentali della vita: crescere un figlio, scrivere un libro e piantare un albero. In tutte e tre queste cose c’è il senso profondo della continuità che lega passato e futuro. A noi invece, nel migliore dei casi, rimane il ricordo di quando eravamo bambini e provavamo a scalarli per agguantare ciliege, pesche e albicocche. Perché gli alberi sono belli e portano cose buone. Portano cose buone e cose nascoste. Sono incise sulla scorza e nella corteccia. Provate ad avvicinarvi fino a quasi sfiorarla con il naso e vi sembrerà di intravedere qua è la una calligrafia sconosciuta; l’indecifrabile scrittura attraverso cui qualche dio dei tempi passati ci ha tramandato il mistero della vita.

L’autore di tutto questo mondo meraviglioso è Franco Rabino.

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